"Un buon lettore è raro quanto un bravo scrittore" J. L. Borges

Buone vacanze a tutti
vi verrò a leggere tra un tuffo e l'altro,
ma vi avverto: avrò il cervello in ferie 

Questa sera m’invento un’allegria
uno spettacolo da poco.
Soltanto per lo specchio dei miei occhi
mi pitto una risata sopra il viso
solo d’azzurro un tocco
per segnare due lanterne come luci
e un fuoco di papaveri alla bocca
per scaldare le bugie che mi dirò.
Mi ridisegno
vestita di coriandoli e di foglie
e di maglie rimboccate agli angoli
mi faccio saltello di canto e brio,
vanno le mie scarpe di biacca
senza contare i buchi nelle suole
vanno da sole, per dove non si sa.
Portano forse qua dove mi siedo
col binocolo alle mani
per cercare nelle tasche
tra biscotti sbriciolati
se dei baci che ho nascosto
me ne avanzi ancora uno
da potere regalare.
S’era come di fiaccole
un firmamento
la festa agli anni
l’olio alle lampade
e gli stoppini lunghi.
Fuma ogni tanto una luce
un tremolio che si consuma
vibra la voce e là si annoda
là dove frullano le ali di farfalla
Ogni tanto mi accorgo che la gente, credendo di non darlo a vedere, mi guarda con occhio altezzoso, con un po’ di derisione e perfino di compatimento per il mio vivere pigro. Senza auto veloci, senza telefono, senza ansia di consensi. Ma in fondo io non me ne curo; chiunque venga qui da me lo fa per assecondare un suo capriccio e sa che solo io in paese ho la risposta alle sue richieste.
Ricacciate pure indietro tutte le ipotesi eccitanti e le congetture fantasiose che la mente ha iniziato a suggerirvi alla lettura di queste parole. Avete di fronte a voi semplicemente Venerando,
lo speziale, titolare della più fornita drogheria del paese.
Ci sarà qualcuno tra voi che magari si ricorderà di uno di questi negozietti, locali piccoli, o meglio che appaiono tali per la sovrabbondanza di mercanzie, alcune delle quali accatastate seguendo una disposizione casuale, altre rigorosamente ordinate secondo uno schema che solo il titolare conosce e che sfugge agli avventori. Quei posti dove si entra cercando i lacci delle scarpe, la canfora, i fiori di zucchero per decorare i dolci pasquali, gli occhiali da presbite, il merluzzo dissalato con l’acqua del pozzo, l’olio di frantoio estratto a freddo ed altre cose che mai trovereste in uno di quei grandi ed asettici supermercati moderni.
Da me si trova di tutto, ma ad una sola condizione: quella di non avere fretta.
I miei clienti lo sanno ed è per questo che vengono qui. A ciascuno di loro sarà dedicato il tempo ¬
Sono le dieci, il negozio è ancora chiuso e mi attardo un po’ dietro la porta. Mi arrivano delle voci, un chiacchiericcio familiare: la signora Amalia sta chiacchierando col ragioniere Mezzi.
L’uomo racconta delle rinunce a cui la vita l’ha costretto.
–Signora cara, sapesse quanto mi è costato rinunciare allo sport. Ero un discreto atleta. Collezionavo vittorie una dopo l’altra. Avrei avuto sicuramente una brillante carriera se non fosse stato per quella bronchite che mi fiaccò il fisico. E poi, dovetti abbandonare anche gli studi!¬
Mentre tolgo i chiavistelli dall’interno ascolto e sorrido. Veramente non è andata proprio così.
Era magro , anzi gracile di costituzione e sempre malaticcio, al punto che, nelle adunate settimanali, lo mettevano agli ultimi posti spiegando che era per via dell’altezza e che in tal modo non avrebbe nascosto gli altri bambini. Neppure il fatto che suo padre fosse il potestà riuscì a corrompere la cieca fede nella prestanza fisica dell’istruttore che gli suggerì, con una certa insistenza, di restare a casa. Ci avrebbe pensato lui a trovare una giustificazione.
Ed anche per gli studi la faccenda si svolse diversamente. Il padre l’aveva mandato a studiare economia e commercio. Gli aveva trovato in affitto nel capoluogo un appartamentino, con una bella finestra spaziosa che illuminava la scrivania. Ed il poveretto riusciva perfino ad immaginare il suo figliolo con la testa china sui libri. Ed il giovane Mezzi non lo deludeva. Nel senso che, con una certa periodicità, gli comunicava di aver sostenuto degli esami.
Finalmente un giorno, rispondendo alle pressanti domande paterne, disse che si sarebbe laureato il diciotto di Giugno. L’avvocato Mezzi e Signora furono allora presi da giusto orgoglio e da una comprensibile frenesia nell’invitare i parenti stretti e qualche amico con i quali dividere la felicità dell’evento. La signora, che non aveva figlie femmine da sposare, volle a tutti i costi ordinare le bomboniere a testimoniare il raggiungimento di una meta tanto agognata per il figlio, gracile, ma tanto tanto intelligente.
Furono visti tornare a sera, quel diciotto giugno, un poco mesti. Per la precisione la Signora era mesta, l’Avvocato Mezzi, già di per sé rubizzo, era a dir poco cianotico. Ad un passo dallo schiattare per infarto.
Si seppe, da certe malelingue, che genitori e parenti avevano aspettato tutta la mattinata nel bel salone dell’ateneo che venisse il turno del candidato Egidio Mezzi.
Ma invano.
L’avvocato, da uomo pragmatico, si era recato subito presso la segreteria chiedendo spiegazioni. Per poco non fu colto da malore quando gli dissero, con tutta la gentilezza e la pietà che il caso richiedeva, che il signor Egidio Mezzi aveva sostenuto solo tre esami del primo anno.
(continua)
Restiamo così
nella corsa veloce
con le vesti del cuore
a brandelli leggeri,
così, in trasparenza d’anima
per poco
per mostrarci sinceri
sotto il sole degli occhi
viviamo
come in un sogno fermo e cristallino
come un persempre che non si scolora
noi segni sghembi in falsariga
viviamo sulla carta
inapparenti ai più
forse più veri quanto più nascosti
tracciati dall’inchiostro delle vene
senza catene noi
qui ci arrendiamo e poi ci riveliamo

Al giallo dello spartio rassomiglia
l’esploso desiderio tuo di viaggio.
Segue la pietra liscia della pista
e di colore segna
la verde curva di collina,
persiste il giallo, ancora va
e si perde
nell’oltre che non si indovina.
Sarà la meta dietro quella siepe
qui vicina o dietro quel crinale
scuro come un velluto di sipario?
Ovunque sia
del risoluto tuo coraggio
ad essa condurrà la gialla scia.
È un canto presunto
la moina di un equivoco
quello che invento per la mia voce
che non ha destrezza
Dico, da questo angolo di asciutte note,
di sbigottite serate ignote e
che di noia non si vestano le braccia
Parlo per dirti che oggi
di una musica c’è biSogno.
per dirti che oggi
ho una tempesta tra i capelli di nidi e grilli
una disubbidiente esplosione di parole
inusitati svolazzi delle mani
e sfrigolii sotto le suole
e gambe salterine
Prima che la musica finisca
pettinami, ballami,
racCoglimi
abbracciami le ginocchia
fammi d’amore dire
Se a volte somigliamo
ai naviganti senza mare,
quelli che annegano se restano al sicuro
con gli occhi asciutti privi di bufera,
non siamo arresi mai alla bonaccia
stiamo in attesa
che la marea risalga al cuore
anche se più dell’acqua resta il sale
Amo osservare
e seduta al Mocambo
guardo il mare
su scia di note discrete
in aroma di rosso oleandro
il mondo mi passa davanti
veli colorati
incedere
occhi
mani
da guardare
profumati sussurri
in frammentate voci
da sentire
mondo fatato
dal tacco elegante
mondo giocoso
di sorriso d’amore
mondo nomade
di docile amico
al guinzaglio d’artista
mondo derelitto
di esile pallore
al laccio di padrone
Sotto il sole alto del mezzogiorno i bagnanti iniziavano a rifluire verso riva e io mi sentivo investita da quell’onda di marea e dal suo sudaticcio afrore al cocco, ma ero ben felice di andare contro corrente. Avrei sofferto solo qualche minuto sotto il sole, ferma all’inizio della passerella a strisce bianche e blu alla cui fine come un miraggio si stendeva la battigia. Ma avrei pazientemente ceduto il passo a quelli che ritornavano dalla spiaggia pur di farli andare via velocemente.
La vecchina col cappello di paglia bianco si attardava un po’, forse rallentata dal peso della borsa con l’asciugamano. Ho pensato bene di accelerare la procedura di sgombero andandole incontro ed aiutandola .
“ Dia pure a me signora, l’aiuto”
“Che gentile, grazie. Oggi è veramente raro che qualcuno ti faccia una cortesia , neppure a chiederla. Lei è veramente premurosa,sa, mi somiglia alla figlia di mia cugina Ines, cugina
acquisita, sì, perché sposò…” e mentre quella snocciolava tutta la parentela,pensai tra me
- Cielo, ne ho beccata una di quelle che amano ricostruire l’albero genealogico-.
“Non importa signora, è un vero piacere portarle la borsa fino alla strada, non si disturbi a ringraziarmi e poi non la voglio fare rimanere qui al caldo più del necessario”
Speravo così di liberamene e di conquistare il mio tanto atteso pomeriggio di tranquillità in una spiaggia diventata deserta. Sognavo di stendermi con le gambe immerse nell’acqua fresca, massaggiate dalla risacca, lasciandomi cullare dal ritmico sfrigolio della ghiaia in movimento. Un idromassaggio naturale completo di aromaterapia ed estratti d’alghe.
Invece no. La nonnina non voleva mollarmi.
“Ma lo sa, cara. Che ho un nipote più o meno della sua età?”
-No! Vuoi vedere che mi vorrebbe appioppare anche il nipote. Ci avrei scommesso; scapolo quarantenne, scavezzacollo con lo spirito di Peter Pan, oppure ancora peggio: il classico mammone con polsino abbottonato anche a ferragosto e calzino immacolato dentro il sandalo da frate-.
Intanto sentivo solo il querulo pigolio della sua voce che mi invitava.
“ Venga cara, se mi facesse la cortesia di darmi il braccio fino a casa, quella all’angolo, vede? Non è lontana, le offrirei un the ghiacciato o magari le preparerei un panino da portarsi in spiaggia. Lo sa , i miei panini sono buonissimi. Mio nipote ne va matto.”
E come facevo a dire di no a quegli occhietti ridenti e fiduciosi, se non l’avessi accompagnata io, magari si sarebbe affidata a qualcun altro e sarebbe anche potuta cadere nelle mani di un impostore. E quel suo modo di parlare trasformando lo sguardo in una carezza, confesso che mi stava catturando.
Ed eccomi qui sprofondata in una comoda poltroncina di vimini in un patio che pare una piccola foresta tanto è straripante di felci, Kentie e piante di banano. Addento tramezzini al salmone e sorseggio un tè verde coltivato alle pendici del monte Fuji, così mi spiega la signora Emilia. Ci tiene a farmi sapere che il nipote glielo porta sempre dal Giappone perché lei non beve vino e lo sostituisce con il tè. E devo dire che questo nipote ha buon gusto in fatto di tè ed anche di musica.
Perché nel frattempo Emilia ha messo un cd spiegandomi che anche quello è del nipote come tutti quanti gli altri sullo scaffale. Lui vive con lei quando non è fuori per lavoro. Appartengono a lui anche le conchiglie, i sassi levigati la collezione di serigrafie appese alla parete e quelle meravigliose porcellane bianche.
Mentre mi guardo attorno mi accorgo che siamo parlando da un’ora e senza farci caso Emilia mi ha raccontato tante cose compresa la storia di quel certosino acciambellato sullo stuoino sotto lo scrittoio. Lo ha trovato e curato Giorgio. E con questo mi ha fatto il quadro completo dell’uomo: abbastanza giovane, che tiene ai legami familiari, dai gusti raffinati, con una innata propensione per i gatti randagi e per estensione anche per tutto ciò che si sente rifiutato o scartato.
-Ed io, devo dire che mi sento tanto conchiglia spiaggiata-
Ma soprattutto mi ha fatto dire tante cose che non pensavo di dire ad alcuno.
“Ma non ci credo che tu sia venuta in questo posto perché avevi voglia di stare tranquilla, senza nessuno attorno, ma dico, hai visto che confusione di persone?”
“ Già. Forse non volevo che gente conosciuta vedesse me”
“E perché mai, non mi sembri né brutta né antipatica. Non sarai una che sogna di assomigliare a quelle attricette tutte rifatte con quell’affare lì- come si chiama- il silicone?”
Emilia continua a fare domande e a raccontare di sé. La vita l’ha privata di un bene prezioso, di una figlia partita per il Giappone con tanti sogni per seguire un amore imprevisto. Erano felici. L’incidente fu anch’esso imprevisto.
Continua a sciorinare domande e poi tira il filo delle mie risposte così come scorre il refe di quel grosso gomitolo di cotone che tiene in grembo. Sferruzza allacciando punti e traccia la mia storia e mentre parlo sento liquefarsi a poco a poco quel grumo di lacrime che da qualche mese tengo nascosto al posto del mio seno sinistro. Che solo a chiamarlo con quel nome mi fa sentire una sensazione di vuoto, di mancanza . Ma in fondo mi sono privata solo di un poco di tessuto ghiandolare. E dicendo così riesco a sentirmelo già più estraneo.
Emilia è una donna saggia, ha vissuto il dolore e da questo ne è uscita senza chiusure nei confronti della vita, ma al contrario con una gran voglia di godersi tutto quello che essa offre.
Senza volerlo mi ha dato un’idea. Dato che ci sono, assieme al piccolo intervento ricostruttivo potrei farmi ritoccare anche dall’altro lato e in questo modo ci guadagnerei due tette da capogiro. E poi, anche questo nipote, chissà, potrebbe essere davvero interessante conoscerlo.
* scritto per Borgonarrante